
Noi giovani abbiamo una responsabilità in più: far vivere quelle lotte che sono la risposta alla nostra domanda di senso
Relazione tenuta da Samuele Mascarin alla manifestazione nazionale "I giovani, la Sinistra" - Roma, 26 gennaio 2008
Care compagne, cari compagni,
Intervenire sul finire di una giornata di lavori così intensa e articolata, caratterizzata da un dibattito ampio e da interventi qualificanti e molto stimolanti non è affatto facile e pensare di poter in qualche modo proporre una sintesi o addirittura una qualche forma di conclusioni sarebbe da parte mia quanto meno presuntuoso. Lascio quindi questo onere a chi parlerà dopo di me, limitandomi per quanto mi riguarda semplicemente ad aggiungere e condividere con voi alcune considerazioni, non solo su quelle che sono state le riflessioni scaturite nel corso di questa giornata ma anche, mi permetterete, su una serie di prospettive che - in termini di elaborazione e impegno politico - queste stesse riflessioni credo ci suggeriscono, alla luce anche di quanto fuori di questa sala sta avvenendo in questi giorni e in queste ore nel quadro politico italiano.
Infatti se da un lato risulta inconfutabile che “nelle sue attuali forme il capitalismo è incompatibile con la vita del mondo” dall’altro lato dobbiamo anche prendere atto che “nelle forme attuali Mastella è risultato incompatibile con la vita del Governo Prodi”… E proprio questa crisi, che danneggia il Paese e soprattutto i soggetti piu’ deboli e che pone la sinistra tutta di fronte, io credo, all’esigenza di accelerare - in sintonia con quanto prospettato l’8 e il 9 dicembre scorso - il proprio processo unitario, ci dimostra una volta ancora i limiti e le debolezza del nostro sistema politico. Il che – senza scivolare in facili considerazioni populistiche – richiama il senso di questa manifestazione e gli interrogativi che nel corso di questa giornata sono emersi e sono stati rivolti alla sinistra tutta.
A partire dagli interrogativi, dalle domande di senso rispetto ad un mondo in cui la crescita ineguale dei consumi è ingiusta e preme sui limiti delle risorse naturali del pianeta, in cui le scelte economiche e produttive dei paesi industrializzati hanno garantito un benessere illusorio perché il loro modello di sviluppo non è piu’ in grado di assicurare la qualità della vita delle persone e nuove opportunità per uno sviluppo durevole, ecologicamente e socialmente sostenibile. Un mondo – e una società – in cui il nuovo capitalismo (che ha avuto in questi anni fin troppi esegeti, non solo a destra) ha fatto si che il divario tra paesi e tra popoli – contro ogni aspettativa teorica e promessa politica di convergenza – negli ultimi tren’anni sia piu’ che raddoppiato: oggi il 20% degli individui che vive nei paesi a reddito piu’ elevato ha raggiunto l’86% del prodotto interno lordo mondiale e i paesi OCSE – con meno del 19% della popolazione mondiale – controllano il 71% del commercio mondiale di beni e servizi. Ma questi dati, queste statistiche – tratte dagli ultimi programmi di sviluppo dell’ONU – danno il senso complessivo anche dei temi e delle problematiche che abbiamo affrontato oggi, perché se dietro a questi dati si nascondono realtà tragiche e complesse, celate molto spesso dall’uso neutrale del termine globalizzazione, è altrettanto vero che essi non ci parlano solo dei tanti Sud del pianeta ma anche drammaticamente di noi, delle periferie d’Occidente, delle periferie delle nostre metropoli come delle nostre apparentemente tranquille città di provincia. Le periferie, quelle fisiche e quelle sociali, che attraversano le città, i quartieri, le scuole, i posti di lavoro, quelle periferie immateriali che ci parlano quotidianamente di un’Italia in cui ancora oggi si muore di lavoro – come al Thyssen-Krupp – ma anche di malattia, di sopraffazione, di sfruttamento, di povertà.
Ma questi dati possono diventare – e in una certa misura lo sono già – parte di un pensiero nuovo, dove l’interrogativo sulla qualità dello sviluppo e la ridistribuzione delle risorse fa muovere le coscienze e diventa - soprattutto tra le giovani generazioni - una vera e propria domanda di senso, rispetto alla quale diventa per noi urgente capire se esiste lo spazio per una risposta “di sinistra”.
A mio parere questo spazio, questa possibilità, questa opportunità esiste nella misura in cui sapremo - come stiamo facendo oggi - elaborare un pensiero critico sulla modernità e sul nuovo capitalismo, fornendo chiavi di lettura dei cambiamenti e dei processi storici e sociali. Solo a partire da una critica - anche radicale - dell’esistente, infatti, una sinistra che non rinunci alla sfida del governo e a un profilo profondamente innovativo, anche nelle forme e nei linguaggi del “fare politica”, può indicare un progetto di cambiamento capace di rispondere ai sogni, alle aspettative, ai bisogni delle giovani generazioni, aprendo spazi di libertà e contrastando vecchie e nuove limitazioni della dignità umana: l’opzione della qualità sociale rispetto alle teorie della crescita indiscriminata, l’accettazione dell’economia di mercato ma non della società di mercato, la centralità del merito e del sapere e della conoscenza come motore di sviluppo e coesione sociale, il primato del benessere collettivo sul consumismo privato possono essere coordinate utili a definire un nuovo pensiero per una nuova sinistra, alternativo sia a chi ripropone stancamente soluzioni di tipo keynesiano sia a chi propone una logica di subalternità al mercato e al pensiero unico neoliberista.
Libertà, diritti civili e sociali, partecipazione, libero accesso ai saperi e alle nuove tecnologie, uguaglianza, solidarietà, pace e disarmo, ambiente e sviluppo sostenibile… il dialogo con tutti coloro che in nome di questi valori e di queste lotte non si accontentano di considerare questo come il migliore dei mondi possibili è oggi piu’ che mai necessario e indispensabile, soprattutto per noi che crediamo che fin quando nel mondo ci sono ingiustizie e disparità da combattere non sparisce la ragione d’essere del Socialismo, il cui patrimonio ideale e valoriale del resto nessuno di noi vuole ridurre a un elemento identitario di mera testimonianza ma semmai far vivere come elemento costitutivo di una identità nuova, capace di contribuire – in Italia e non solo – a ridefinire un rapporto tra società e Sinistra, riaffermandone in forme nuove i valori e la necessità.
Per questo a maggior ragione dobbiamo impegnarci a far sì che la sinistra, chiamata oggi nel nostro Paese a ripensare e a ridefinire in termini plurali ma unitari la sua funzione storica, colga la domanda di senso che proviene dalle giovani generazioni rispetto a questo mondo sempre piu’ complesso, riconoscendo le loro diverse forme di impegno civile, anche quelle piu’ parziali, che esprimono in realtà una forte carica di socialità, la voglia di riprendersi spazi materiale e immateriali, per ricostruire legami di solidarietà in una società sempre piu’ competitiva, al tempo stesso lacerata e lacerante.
Un impegno che non ci spaventa perché noi lo conosciamo bene, per averlo condiviso in questi ultimi anni – attraverso molteplici esperienze politiche e sociali, studentesche e universitarie, generazionali e non – con una fetta importante della nostra generazione, e cioè non con il 4 o l’8 o il 20% degli intervistati dell’ultimo sondaggio demoscopico ma con i milioni di ragazze e ragazzi reali con cui abbiamo sognato e a volte anche costruito un mondo piu' giusto, in cui il destino degli uomini non fosse asservito e piegato alla logica del mercato e del profitto, in cui la guerra non fosse l'origine e la condizione permanente di un nuovo disordine mondiale, in cui la democrazia non fosse patrimonio e privilegio di una minoranza dell'umanità, in cui gli uomini e le donne non fossero merce ma cittadini. Mi riferisco a quella generazione, di cui noi siamo parte, che ha via via trovato nei Forum Sociali di Genova, Firenze, Parigi, Londra e Atene la propria casa, nelle grandi mobilitazioni contro la guerra in Iraq la propria piazza e nelle Marce per la Pace Perugia-Assisi la propria strada.
Ecco, a partire da oggi – proprio nel momento in cui tanti vorrebbero ridurre e relegare la presenza della sinistra nel nostro Paese a testimonianza – abbiamo, io credo, una responsabilità in piu’, quella di far vivere con ancor piu’ forza quelle lotte in cui si trovano tante risposte concrete e possibili a quella domanda di senso che attraversa la nostra generazione. E questo, care compagne e cari compagni, vuol dire tante cose… innanzitutto dare voce e gambe e forza al dibattito che stiamo sviluppando oggi, così da farlo proseguire e sviluppare ben oltre il 26 gennaio. Dobbiamo infatti, io credo, avere l’ambizione di fare di questo nostro appuntamento - in cui si sono ritrovate tante, diverse e plurali esperienze individuali e collettive - la prima tappa di un lungo percorso di lavoro che ci possa portare nei prossimi mesi non solo a far vivere queste aspettative, questi bisogni, questo nostro pensiero nuovo dentro il difficile ma entusiasmante processo unitario delle sinistre – contribuendo a definirne i caratteri politici e il respiro ideale - ma anche e soprattutto a far vivere quello stesso processo laddove quelle aspettative, quei bisogni e quel pensiero si vanno formando e cioè nelle scuole, nelle università, negli spazi sociali e di aggregazione, nell’eterogeneo mondo dell’associazionismo, nei movimenti… in una parola, nel mondo giovanile.
Per fare questo, è evidente, avremo bisogno di lavorare tanto, anche su noi stessi. E dovremo saperlo fare non solo con strumenti e modalità nuove, ma anche con parole, immagini e – aggiungo – suggestioni ideali nuove, radicalmente nuove.
Con la consapevolezza di dover realizzare qualcosa di inedito, con tutte le difficoltà che questo comporterà, a maggior ragione in un quadro politico e sociale complesso e problematico come quello che caratterizza oggi il nostro Paese, compreso il disincanto e il distacco proprio dalla politica e dall’impegno politico che oggi attraversa e caratterizza gran parte dei nostri coetanei.
Con la consapevolezza anche – aggiungo – di non poter pensare la nostra elaborazione e azione politiche in solitudine, ma al contrario di doverle proiettare in un processo ampio e inclusivo, segnato da una profonda orizzontalità delle dinamiche partecipative e da una costante contaminazione politica e culturale con i tanti e plurali soggetti, associazioni, reti, network giovanili, politici, sociali, studenteschi e universitari con cui già oggi condividiamo un’idea comune di impegno politico e civile, un impegno che vive di speranze, di bisogni, di passioni, di idee, un impegno attraverso il quale anche le storie individuali assumono un senso diverso e maggiore nel loro farsi storia collettiva.
Del resto la politica per noi tutti penso sia ancora così: la si fa e la si pratica, per essa ci si batte, si soffre, si gioisce, si vince e si perde se la si sente come propria, se la si vive come parte di sé. Per questo tante e tanti di noi oggi sono qui e non da un’altra parte. E se è vero che un’organizzazione politica è sempre espressione di una parzialità, è altrettanto vero che in quella dimensione la politica è per l’appunto un pensiero, un movimento di idee, un’intelligenza collettiva, è partecipazione attiva.
Anche per questo è urgente che la sinistra acceleri il proprio processo unitario: non solo - nell'immediato - per affrontare unitariamente la recente crisi del Governo Prodi, ma anche - in prospettiva - per dare all'Italia una grande, plurale, popolare e credibile forza di sinistra di cui, ogni giorno che passa, appare evidente l'assoluta necessità.
“Alle difficoltà reali che il Socialismo democratico non è riuscito a superare” – diceva Norberto Bobbio – “non si sfugge fantasticando di una terza via, ma rafforzando le organizzazioni che lo innervano”.
Ecco, l’impegno politico che a partire da oggi spero potremo tutte e tutti condividere insieme è esattamente questo: un impegno che vive di passione e partecipazione di massa, del calore e dell’anima dei sogni e delle speranze di chi come noi lo intraprende giorno dopo giorno, con la consapevolezza che esso – anche quando si scontra con le difficoltà, quando diventa sacrificio – serve a costruire una società diversa e migliore da quella in cui viviamo.
Io non credo alla “fine della Storia”, ma al contrario penso ci sia ancora un fine della Storia, un fine che oggi debba essere proiettato nel futuro, chiamando nuovi protagonisti, nuove generazioni, consentendogli di partecipare alla costruzione di questo futuro, con le loro intelligenze, con le loro passioni, con i loro spazi, con le loro responsabilità.
E credo anche che la Sinistra debba avere un futuro in questa Storia. E noi abbiamo il dovere di provare a immaginarlo e a costruirlo collettivamente, a partire da oggi, a partire da questa sala piena di futuro.